Noto anche come
Urinocoltura e test di sensibilità agli antibiotici
Nome ufficiale
Urinocoltura
Ultima Revisione:
Ultima Modifica: 13.01.2021.
In Sintesi
Perché Fare il Test?

Per diagnosticare eventuali infezioni delle vie urinarie (IVU); per lo screening della batteriuria asintomatica nelle gravide; per controllo nei bambini con reflusso vescico-ureterale; per modificare il trattamento nelle IVU ricorrenti; prima di effettuare procedure endoscopiche urologiche con possibile trauma della mucosa.

Quando Fare il Test?

Quando il paziente mostra sintomi tipici delle IVU, quali minzione frequente e dolorosa, bruciore, urgenza di urinare, eventuale febbre e/o quando l’esame chimico-fisico e microscopico delle urine rileva la presenza di batteri, leucociti e/o emazie, che sono indicativi di infezione. Nei neonati e nei bambini piccoli (<2 anni di età) i sintomi possono essere aspecifici: si pensa ad IVU in presenza di febbre > 38°C senza cause apparenti, vomito, dolore addominale, urine maleodoranti. Nel corso della gravidanza è opportuno effettuare periodicamente l'esame delle urine e l'urinocoltura, allo scopo di identificare una batteriuria asintomatica, che deve essere trattata.

Che Tipo di Campione Viene Richiesto?

Sono richiesti alcuni millilitri di urina (almeno 5, meglio 10); il tipo di campione più idoneo è rappresentato dal getto intermedio delle urine del primo mattino, prive di contaminanti, raccolto dopo la pulizia della zona genitale in un contenitore sterile, possibilmente sottovuoto, consegnato in laboratorio il prima possibile. Altrimenti, l’urina può essere raramente aspirata direttamente dalla vescica, tramite puntura sovrapubica oppure mediante catetere urinario: metodiche riservate a pazienti non collaboranti, casi gravi e non responsivi alla terapia. Per facilitare la raccolta dell’urina nei bambini, se non controllano ancora la minzione, è possibile, dopo accurato lavaggio, poggiare un sacchetto sterile adesivo in corrispondenza della zona genitale. Tale modalità presenta però alti tassi di contaminazione. In soggetti con catetere urinario a permanenza la raccolta deve essere effettuata da personale adeguatamente addestrato, utilizzando particolari precauzioni.

Per maggiori informazioni a riguardo, consultare la sezione “Come viene raccolto il campione”.

Il Test Richiede una Preparazione?

La preparazione indispensabile è rappresentata dall’igiene delle mani, dell’uretra e delle vie genitali esterne, utilizzando acqua e sapone e asciugatura, prima della raccolta del campione. Occorre comunicare al medico l’eventuale assunzione recente di antibiotici, in quanto potrebbero influenzare il risultato del test. Nelle donne in età fertile il campione va raccolto dopo 3-4 giorni dalla fine delle mestruazioni.

L’Esame

L’urina è un liquido prodotto dai reni a seguito della continua filtrazione del sangue, che contiene acqua, sali minerali, sostanze organiche e rarissimi leucociti: in condizioni normali non sono presenti nell’urina né batteri né lieviti.

I reni sono una coppia di organi con la caratteristica forma a fagiolo, localizzati nella parte inferiore della gabbia toracica, posti ai lati della colonna vertebrale. L’urina viene trasportata tramite dei condotti chiamati ureteri fino alla vescica, dove permane temporaneamente, fino a che il soggetto non urina, e viene eliminata tramite l’uretra. L’urinocoltura è l’esame che rileva ed identifica i batteri ed i lieviti che possono essere presenti nell’urina, provenendo dalla cute circostante, dalle zone genitali o dalle feci, e causando le infezioni delle vie urinarie (IVU).

Si parla di infezioni delle basse vie urinarie, se coinvolgono la vescica (cistite) o l’uretra (uretrite); di infezioni delle alte vie urinarie se interessano il rene e/o gli ureteri. Si tratta di infezioni molto comuni, che costituiscono motivo frequente di consultazione per i Medici di Medicina generale ed i Pediatri, soprattutto per quanto riguarda la cistite nelle donne. Sono frequenti anche nei bambini di età inferiore ad un anno e richiedono un'attenta valutazione. La maggior parte di queste infezioni sono facili da trattare ma, se trascurate o non correttamente trattate, possono diffondere dalla vescica e dagli ureteri verso i reni, causando patologie decisamente più pericolose (glomerulonefriti, pielonefriti, ecc), che possono provocare danni permanenti e/o raggiungere il circolo sanguigno (setticemia) e causare la sepsi, una complicanza potenzialmente letale. 

La Linea Guida della Associazione Europea di Urologia (EAU) del 2018 e la Linea Guida SIGN (Scottish Intercollegiate Guidelines Network) del 2020 classificano le IVU secondo la presentazione clinica, la sede ed i fattori di rischio in:

  • IVU non complicate: cistite e/o pielonefrite acuta (eventuale febbre >38°C, brividi, dolore al fianco, nausea, vomito, dolorabilità all’angolo costo-vertebrale con o senza sintomi di cistite) in donne non gravide e in soggetti senza anormalità anatomiche né comorbidità
  • IVU complicate: si tratta delle stesse forme del punto precedente in pazienti con aumentata probabilità di decorso complicata: uomini, donne gravide, soggetti con anomalie anatomiche o funzionali del tratto urinario, malattie renali, altre malattie immunodeprimenti
  • IVU ricorrenti: frequenza di almeno 3 episodi all’anno o 2 episodi negli ultimi 6 mesi dovute a persistenza/fallimento terapeutico (stesso  microrganismo entro 2 settimane) oppure a reinfezione (microrganismo diverso dopo più di 2 settimane)
  • IVU in soggetti con catetere vescicale a permanenza o che hanno avuto un catetere nelle ultime 48 ore
  • Urosepsi: si tratta di una grave patologia d’organo causata da un’anomala risposta dell’ospite all’infezione del tratto urinario e/o dei genitali maschili

Le due suddette LG e quella della Società Americana di Malattie Infettive (IDSA) del 2019 affrontano il problema della batteriuria asintomatica, definita come colonizzazione batterica persistente del tratto urinario (carica batterica maggiore di 100.000 UFC/mL) in 2 campioni di urina nelle donne e 1 negli uomini, senza manifestazioni sintomatologiche. La sua prevalenza è stimata essere dell'1-5% nelle donne sane in premenopausa, del 2-10% nelle donne in gravidanza, del 4-19% in donne e uomini anziani sani, dello 0,7-27% nei diabetici, del 15-50% negli anziani istituzionalizzati, del 23-89% in pazienti con lesioni del midollo spinale. Negli uomini giovani non è comune, ma se viene rilevata, è necessario sospettare una prostatite batterica cronica. Nelle donne in gravidanza la batteriuria asintomatica è associata ad una maggiore incidenza di pielonefrite, parto pretermine e basso peso alla nascita. Pertanto in Italia le Linee Guida 2011 per la gravidanza fisiologica e il DPCM (pubblicato sulla GU n. 65 del 18/3/2017) ne prevedono lo screening gratuito, mediante esame delle urine ed urinocoltura con eventuale antibiogramma al 1° trimestre (fra la 12° e la 16° settimana), 2° trimestre (fra la 24° e la 27° settimana) e 3° trimestre (fra la 33° e la 37° settimana). Il trattamento va fatto con un ciclo breve di farmaci che possono essere usati in gravidanza: penicilline, cefalosporine, fosfomicina, nitrofurantoina (da evitare nel caso di deficit di glucosio-6-fosfato deidrogenasi e alla fine della gravidanza), trimetoprim (da evitare nel primo trimestre) e sulfonamidi (da evitare nell’ultimo trimestre). Secondo tali Linee Guida, in tutti gli altri casi citati la batteriuria asintomatica non va trattata. Non è infatti dimostrato che i soggetti anziani interessati da batteriuria asintomatica vadano incontro ad esiti avversi e, comunque, non è dimostrato che il ricorso agli antibiotici in questa condizione sia benefico. Per contro, sono noti gli effetti indesiderati da antibiotici, che comprendono le specifiche reazioni avverse delle singole molecole e la pressione selettiva sui batteri colonizzatori (in particolare gli enterobatteri), con lo sviluppo di ceppi resistenti. Lo screening e quindi il trattamento di una batteriuria asintomatica restano giustificati solo in caso di procedure urologiche durante le quali sia prevedibile un sanguinamento mucoso.

In generale le donne risultano più suscettibili alle infezioni delle vie urinarie rispetto agli uomini, comprese quelle in età preadolescenziale, le gravide e le donne dopo la menopausa. Gli uomini adulti, gli adolescenti e i bambini, a cui è stata confermata la presenza di IVU tramite urinocoltura, dovrebbero eseguire ulteriori test per escludere, tra le possibili cause d’infezione, la presenza di calcoli renali o di anormalità strutturali delle vie urinarie (reflusso vescico-ureterale).

Gli individui più esposti a IVU frequenti, ripetute e/o complesse sono i pazienti con un sistema immunitario compromesso (trapiantati), affetti da malattie renali o altre patologie che colpiscono i reni, quali diabete o calcoli renali.

  • Per l’esecuzione della coltura una piccola quantità di urina viene stesa (seminata) con un’ansa calibrata su piastre di agar (contenenti uno strato sottile di mezzo di coltura) e incubata a 37°C. L’identificazione del microrganismo viene condotta sulla base di identificazione biochimica o mediante MALDI-TOF (Matrix-Assisted Laser Desorption/Ionization). Ogni batterio o lievito presente nel campione di urina del paziente cresce nelle successive 24-48 ore
  • Il laboratorista (o la strumentazione automatizzata) osserva le colonie sulla piastra di agar, stimandone il numero totale e determinando quale/i tipo/i di microrganismi siano cresciuti. La forma, il tipo e il colore delle colonie sulla piastra contribuiscono a suggerire quali batteri sono presenti e che verranno sottoposti ad identificazione e antibiogramma
  • Idealmente, se il campione di urina è stato raccolto in modo accurato, gli unici batteri presenti dovrebbero essere quelli che provocano l’infezione, in quanto l’urina è un liquido normalmente sterile. Di solito, è presente un unico tipo di batteri in quantità relativamente elevata
  • Talvolta i batteri cresciuti in coltura possono essere sono più di uno; questo fenomeno è spesso dovuto alla contaminazione di microrganismi della cute, vaginali, prostatici o fecali durante la raccolta
  • Nel caso in cui siano presenti più di 3 microrganismi, nel referto il laboratorio dovrebbe segnalare che si tratta di una possibile contaminazione e suggerire di raccogliere un nuovo campione
  • Il test di sensibilità agli antibiotici (antibiogramma) viene eseguito per identificare l’antibiotico più efficace per curare l’infezione. Il batterio viene descritto nel referto come sensibile, intermedio o resistente ad una serie di antibiotici comunemente utilizzati per il trattamento delle IVU. Viene inoltre indicata la concentrazione minima inibente (MIC) che corrisponde alla più bassa concentrazione di antibiotico in grado di inibire la crescita del germe dopo 18-24 ore, valutata mediante sistemi automatizzati. L’antibiogramma non viene eseguito nel caso di una possibile contaminazione

Se dopo 24-48 ore di incubazione la crescita sulle piastre di agar è minima o assente, la coltura di urina è considerata negativa, suggerendo che non è presente alcuna infezione.

Recentemente (Guideline Sign 2020, Linea Guida GIAU 2016) è stato suggerito di utilizzare, in pazienti affetti anche da altre patologie, test rapidi da effettuare al letto del paziente, prima di somministrare antibiotici o richiedere un'urinocoltura. Si tratta di striscette (dipstick) che, se rilevano esterasi e nitriti, fanno sospettare un'infezione delle vie urinarie, se al contrario sono negative con alta probabilità la escludono. Per approfondimenti consultare la Linea Guida 2016 del GIAU (Gruppo Italiano Analisi Urine 2016).

Come viene raccolto il campione per il test?

Il metodo più frequentemente utilizzato per eseguire l’urinocoltura è la raccolta del mitto intermedio privo di contaminanti della prima minzione del mattino. La corretta procedura di raccolta permette di ridurre fortemente la contaminazione. È importante pulire bene l’area genitale prima della raccolta, a causa della potenziale contaminazione dell’urina da parte di batteri e cellule della cute circostante durante la procedura (in modo particolare nelle donne).

  • La prima cosa da fare è lavarsi accuratamente le mani
  • Le donne dovrebbero divaricare le grandi labbra e pulirle con un movimento da davanti verso l’indietro, pulire il meato uretrale esterno utilizzando una salvietta sterile, ripetendo una seconda volta il procedimento. Per la raccolta del campione le grandi labbra devono essere mantenute divaricate
  • Gli uomini dovrebbero retrarre il prepuzio, pulire la punta del pene e il meato uretrale con acqua e sapone, mantenendolo scoperto fino alla fine della raccolta del campione
  • Appena inizia la minzione il primo getto va eliminato, quindi si deve raccogliere il secondo getto (10-20 ml) in un contenitore sterile e infine terminare la minzione. L’interno del contenitore non deve entrare a contatto con la cute e l’urina non va mai raccolta dalla toilette (o da un altro contenitore)

In casi particolari, l’urina può essere aspirata direttamente dalla vescica, tramite puntura sovrapubica, oppure raccolta in modo sterile tramite catetere urinario, metodiche riservate a pazienti non collaboranti, casi gravi e non responsivi alla terapia. Tali procedure di raccolta vengono effettuate generalmente in ambito ospedaliero.

Nei bambini che non controllano ancora la minzione, è possibile far aderire, dopo accurato lavaggio della cute con acqua e sapone, un apposito sacchetto sterile in corrispondenza della zona genitale. È opportuno che la procedura venga effettuata con i guanti. Il sacchetto andrà poi inserito direttamente nel barattolo sterile con tappo a vite. Tale modalità presenta comunque alti tassi di contaminazione.

Nei bambini che controllano la minzione è più utile praticare la raccolta delle urine “al volo” (clean catch) nel contenitore sterile, dopo aver accuratamente lavato la zona, lasciando il bambino senza pannolino.

In soggetti con catetere urinario a permanenza la raccolta deve essere effettuata da personale addestrato (infermiere o familiare), utilizzando particolari precauzioni, in quanto la colonizzazione del catetere è inevitabile, con comparsa di biofilm sul catetere stesso. Si ricorda che il catetere vescicale è il fattore di rischio più importante di IVU nelle aree di degenza ospedaliere e nelle strutture residenziali territoriali.

Si ricorda che le IVU associate al cateterismo vescicale rappresentano la più frequente forma di infezione associata alle cure mediche, che comporta un incremento della morbidità e della mortalità, un allungamento della degenza (ospedaliera e nelle strutture residenziali), un aumento dei costi ed un utilizzo non necessario di antibiotici. La strategia più efficace per prevenire tali infezioni è quella di evitare la cateterizzazione, se non necessaria, o comunque di ridurne al minimo la durata, adottando rigorose misure igieniche. L’incontinenza urinaria, l’immobilità o la demenza non sono indicazioni valide al cateterismo vescicale (Raccomandazione 2019 Choosing Wisely e Associazione Multidisciplinare di Geriatria –AMGe-).

Inoltre, negli ultimi anni nel mondo si sono diffusi in ospedale e nelle strutture residenziali microrganismi multiresistenti agli antibiotici, responsabili dell’insorgenza di infezioni difficili da trattare. I Centri per la prevenzione ed il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, CDC) di Atlanta hanno recentemente revisionato una linea guida (LG) del 2009 sulla prevenzione delle IVU correlate al cateterismo (Guideline for Prevention of Catheter-Associated Urinary Tract Infections, revisione del 2017). Tale LG specifica che nei pazienti chirurgici il catetere deve essere rimosso preferibilmente entro 24 ore dall’intervento, a meno che non vi siano precise condizioni cliniche che ne giustifichino il mantenimento. La profilassi antibiotica all’inserzione o al momento della sostituzione e la profilassi antibiotica periodica non sono utili per la prevenzione delle IVU associate a cateteri, anzi al contrario possono favorire lo sviluppo di resistenza agli antibiotici e l’insorgenza di infezione da Clostridium difficile.

Nei pazienti portatori di catetere vescicale, in caso di batteriuria asintomatica con ogni probabilità dovuta a contaminazione del catetere, l’urinocoltura e l’antibiogramma non devono essere mai eseguiti e la terapia antibiotica non deve essere prescritta.

In questi pazienti il sospetto di infezione urinaria si basa invece sul riscontro di sintomi quali febbre, dolore al fianco o nella zona sovrapubica, stranguria e disuria, malessere. Nei pazienti stabili c’è tutto il tempo di aspettare i risultati dell’antibiogramma per iniziare una terapia mirata. Nei pazienti instabili la terapia antibiotica dovrebbe essere iniziata al più presto, subito dopo avere eseguito il prelievo per urinocoltura e due emocolture. In un paziente portatore di catetere con segni di infezione urinaria, inoltre, la rimozione del catetere è sempre raccomandata.

Esiste una specifica preparazione al test che garantisca la buona qualità del campione?

La preparazione indispensabile è rappresentata dall’igiene delle mani, dell’uretra e delle vie genitali esterne con acqua e sapone e asciugatura, prima della raccolta del campione (prima minzione del mattino, secondo getto), che può essere effettuata solo a domicilio. Ciò a causa della facilità con cui le urine possono essere contaminate dalla flora commensale cutanea e dal microbiota vaginale e perineale. È preferibile l’uso di barattoli sterili sottovuoto con tappo a vite, dotati di ago per la raccolta del campione in provetta per l'esame chimico-fisico e microscopico delle urine. Il campione del primo mattino, sul quale può essere eseguito anche l’esame chimico-fisico e microscopico, va conservato in frigo a +4°C prima della consegna al laboratorio, che deve comunque essere effettuata il prima possibile, allo scopo di evitare la crescita di eventuali batteri contaminanti. Occorre comunicare al medico l’eventuale assunzione recente di antibiotici, in quanto potrebbero influenzare il risultato del test. Sarebbe opportuno cominciare l’assunzione di antibiotici dopo aver raccolto il campione. Nelle donne in età fertile il campione va raccolto dopo 3-4 giorni dalla fine delle mestruazioni.

Gli intervalli di riferimento dipendono da molteplici fattori, quali l’età e il sesso del paziente, la popolazione di riferimento e il metodo utilizzato per l’esecuzione dell’esame. Il risultato numerico di un test può pertanto avere significati diversi in laboratori differenti.

Per queste ragioni, nel presente sito web non vengono riportati gli intervalli di riferimento. Per la valutazione dei risultati dei test, Lab Tests Online raccomanda di riferirsi ai valori di riferimento forniti dal laboratorio nel quale questi sono stati eseguiti. Gli intervalli di riferimento di ciascun test sono riportati sul referto di laboratorio, accanto al nome ed al risultato dello stesso. Per alcuni esempi clicca qui.

Per maggiori informazioni si rimanda agli articoli: Gli Intervalli di Riferimento ed il loro Significato e Comprendere il Referto di Laboratorio.

Se il sottoporsi alle analisi mediche provoca stati d'ansia o di disagio, si consiglia di leggere uno o più di questi articoli:

Come fare fronte alla paura, al disagio ed all'ansia da test, Suggerimenti sui test ematici, Suggerimenti per aiutare i bambini ad affrontare un test medico, Suggerimenti per aiutare l'anziano ad affrontare un test medico.

Un altro articolo, Il prelievo ematico: Breve viaggio nel laboratorio, chiarisce le modalità di prelievo del campione ematico.

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Come e Perché
  • Quali informazioni è possibile ottenere?

    L’urinocoltura è utilizzata, insieme ai risultati dell’analisi dell’urina, per diagnosticare le infezioni delle vie urinarie (IVU) e identificare i batteri o i lieviti che le causano. Se l’urinocoltura risulta positiva occorre eseguire il test di sensibilità agli antibiotici, per identificare quali sono quelli in grado di inibire più efficacemente la crescita dei batteri che causano l’infezione.

  • Quando viene prescritto?

    L’urinocoltura viene prescritta, sulla base della presenza di sintomi clinici acuti di IVU, eventualmente dopo aver effettuato un esame chimico-fisico e microscopico (o un test rapido a striscia) delle urine, che rilevi leucociti e batteri nelle urine, allo scopo di identificare il patogeno in causa. Inoltre, l’urinocoltura viene prescritta:

    • Nei neonati e nei bambini piccoli con sintomi aspecifici e febbre >38°C senza cause apparenti, vomito, dolore addominale, urine maleodoranti
    • Per lo screening della batteriuria asintomatica nelle gravide
    • Per controllo nei bambini con reflusso vescico-ureterale
    • Nei pazienti che devono effettuare procedure endoscopiche urologiche associate a trauma della mucosa (LG IDSA 2019)
    • In caso di infezioni ricorrenti o complicate

    Al di fuori della gravidanza, l’urinocoltura non va prescritta come screening in soggetti asintomatici per ricercare un'eventuale batteriuria asintomatica (anziani residenti in comunità con o senza deficit, soggetti diabetici, donne in postmenopausa, ecc).

    Segni e sintomi di IVU includono:

    • Stimolo frequente e persistente di urinare, anche quando la vescica è vuota
    • Dolore e / o sensazione di bruciore durante la minzione
    • Urina torbida e maleodorante
    • Febbre eventuale
    • Dolore lombare

    Inoltre, è possibile avvertire una pressione al basso ventre o rilevare la presenza di piccole quantità di sangue nell’urina. Se l’IVU è grave e/o si diffonde ai reni, può causare dolore al fianco, febbre alta, tremore, brividi, nausea o vomito.

    Si ricorda che la diagnosi di cistite non complicata viene effettuata sulla base dei sintomi e che nelle giovani donne, secondo le più recenti Linee Guida (IDSA 2019, SIGN 2020), non viene richiesta un'urinocoltura e la terapia è empirica (fosfomicina trimetolato o nitrofurantoina o cotrimossazolo).

    Se il medico sospetta un’infezione complicata, o se il paziente non risponde alla terapia iniziale, occorre eseguire l’urinocoltura. 

  • Cosa significa il risultato del test?

    I risultati dell’urinocoltura sono spesso interpretati contestualmente ai risultati dell'analisi dell’urina e ad altri fattori, quali il metodo di raccolta del campione, il tempo intercorso fra la raccolta e la semina, ecc. L’interpretazione dei risultati deve tenere conto della possibilità che il campione sia contaminato dai batteri normalmente presenti sulla cute e sulle mucose (microbiota vaginale e perineale). È oggi necessario evitare/minimizzare il trattamento antibiotico utilizzando regole decisionali, seguendo le più recenti Linee Guida, allo scopo di ridurre l’antimicrobico resistenza, che si è ampiamente diffusa nel mondo e che richiede interventi mirati alla sua riduzione. Il trattamento antibiotico di una batteriuria asintomatica (nel diabete, nei portatori di catetere vescicale, ecc) è associato con un rischio significativamente aumentato di eventi avversi, rappresentati da infezione da Clostridium difficile o da Staphyloccoccus aureus meticillino resistante (MRSA) e dallo sviluppo di IVU resistenti agli antibiotici.

    Urinocoltura positiva: solitamente, la presenza di un solo tipo di batteri che cresce in molte colonie viene interpretata come un risultato positivo.

    • Per i campioni raccolti in modo appropriato, le colture che hanno più di 100.000 unità formanti colonia (CFU)/mL di un solo tipo di batteri (oppure di 2 batteri) indicano la presenza di infezione
    • Tuttavia, in alcuni casi può non essere presente un numero significativamente alto di batteri anche in presenza di infezione. Talvolta, un numero ridotto (10.000-50.000 CFU/mL) di un solo tipo di batteri può indicare presenza di infezione, soprattutto in pazienti sintomatici, se la raccolta è stata effettuata correttamente
    • Allo stesso modo, per i campioni raccolti usando tecniche che minimizzano la contaminazione, come il cateterismo e la puntura vescicale, un risultato >1000 CFU/mL può essere considerato positivo

    I risultati ottenuti dall’analisi dell’urina possono contribuire all’interpretazione dei risultati dell’esame colturale. Ad esempio, la presenza nel sedimento (esaminato al microscopio o in automazione) di globuli bianchi o di esterasi leucocitaria nel dipstick (enzima rilasciato dai leucociti in corso di degenerazione), di batteri (al microscopio ottico o in automazione) o di nitriti nel dipstick (marcatore indiretto della presenza di batteri, in quanto convertiti, prevalentemente dalle Enterobatteriacee, a partire dai nitrati fisiologicamente presenti nelle urine) conferma la presenza di infezione delle vie urinarie.

    Se l’esame colturale risulta positivo, il test di suscettibilità può essere eseguito come supporto alla scelta del trattamento appropriato (per maggiori informazioni a riguardo, consultare l’articolo sul Test di Sensibilità agli Antibiotici). La maggior parte dei casi di IVU, soprattutto nei pazienti non ospedalizzati, sono riconducibili ad Escherichia coli (E. coli), un batterio che risiede nel nostro tratto digerente e che viene rilevato abitualmente nelle feci.

    Tuttavia, le infezioni delle vie urinarie possono essere causate anche da altri tipi di batteri, quali:

    • Staphylococcus saprophyticus/aureus
    • Proteus mirabilis
    • Klebsiella pneumoniae
    • Enterobacter
    • Enterococchi
    • Acinetobacter
    • Pseudomonas aeruginosa
    • Streptococchi beta emolitici
    • Citrobacter

    Occasionalmente, l’IVU può essere riconducibile ad un lievito, Candida albicans.

    Urinocoltura negativa: una coltura che non mostra alcuna crescita dopo 24-48 ore indica assenza di infezione. Tuttavia, se i sintomi persistono e l’esame delle urine mostra la presenza di leucociti, si può ripetere l’esame colturale su un altro campione, per verificare la presenza di batteri a bassa conta o di altri microrganismi che non crescono in coltura (Chlamydia, Micoplasmi genitali, Gonococco, Herpes symplex, Trichomonas) e vanno ricercati con metodi molecolari. Il quadro clinico (prurito, dolore nella minzione, perdite uretrali, ecc) associato alla presenza di globuli bianchi e di un basso numero di microrganismi nell’urina è tipico della sindrome uretrale acuta, che spesso è causata da patogeni sessualmente trasmessi (IST).

    Contaminazione/colonizzazione: la crescita di diversi tipi di batteri nella stessa coltura può essere dovuta ad un fenomeno di contaminazione del campione durante la raccolta o ad una semina tardiva rispetto alla raccolta, specialmente se si tratta di Lactobacillus e/o altri batteri vaginali comuni non patogeni. Se i sintomi persistono, l’esame colturale può essere ripetuto su un altro campione, raccolto con maggiore attenzione. Tuttavia, se un tipo di batteri risulta essere presente con un numero di colonie significativamente alto rispetto agli altri, per esempio 100.000 CFU/mL contro 1000 CFU/mL, occorre eseguire ulteriori esami per identificare i batteri predominanti.

    Le più recenti Linee Guida citate segnalano che la sola valutazione quantitativa e qualitativa della flora batterica nelle urine mediante esame colturale non è sufficiente a porre diagnosi di IVU (che è sempre una diagnosi clinica). È necessario infatti valutare anche la componente corpuscolata, rilevabile all’esame chimico-fisico e microscopico: leucociti, eritrociti, cellule epiteliali. La presenza di un elevato numero di cellule epiteliali squamose suggerisce una contaminazione, mentre la presenza di batteriuria senza leucociti depone per una colonizzazione (portatori di catetere a permanenza, anziani ricoverati in istituti).

  • C’è altro da sapere?

    Nel caso di pazienti con infezioni delle vie urinarie frequenti e/o ricorrenti occorre eseguire l’esame colturale e l’antibiogramma ad ogni nuova infezione. Se le IVU sono frequenti, è importante scegliere attentamente la corretta terapia antibiotica e fare attenzione che il paziente ne termini l’intero ciclo.

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Domande Frequenti
  • L’urinocoltura può essere utilizzata per testare la presenza di infezioni diverse dalle IVU, come ad esempio quelle sessualmente trasmissibili (IST)?

    Sì, l’urinocoltura permette di rilevare alcune infezioni sessualmente trasmissibili, anche se non rappresenta il test d’elezione per la ricerca di tali patologie negli adulti. Alcune IST, come infezioni da microrganismi che non crescono o crescono male in coltura: Clamidia, Micoplasmi genito-urinari, Gonococco, Herpes symplex, Trichimonas, possono essere evidenziate in campioni urinari mediante metodi molecolari (amplificazione genica).

    Il paziente, qualora abbia avuto rapporti a rischio o sospetti i sintomi di una IST, dovrebbe informare il proprio medico affinché possa prescrivere l’esame corretto (per maggiori informazioni a riguardo, consultare gli articoli sul Test della Clamidia e Test della Gonorrea). Questi metodi possono essere utilizzati per la ricerca delle IST nei bambini che si sospetta abbiano subito molestie sessuali. Il raro reperto di protozoi di origine genitale o elminti (o loro uova) di origine fecale nelle urine non è indicativo di un’infestazione urinaria, ma suggerisce una contaminazione. Trattandosi di elementi indicativi di un’infestazione parassitaria genitale o intestinale, il dato deve essere segnalato nel referto per i relativi approfondimenti e/o trattamenti. 

    L’esame colturale per la ricerca di micobatteri nelle urine, che deve essere espressamente indicato nella richiesta poiché richiede terreni adeguati ed un laboratorio attrezzato di classe 3, è raccomandato nei casi di sospetta tubercolosi urinaria. Il campione raccolto con il metodo indicato deve essere della prima minzione della mattina, raccolto in 3 giorni diversi, nella quantità di circa 40 mL. In alternativa, il prelievo può essere effettuato mediante cateterizzazione o con puntura sovrapubica. La raccolta delle 24 ore o le urine da sacca non sono utilizzabili a causa della frequenza con cui si verificano contaminazioni. Pazienti sottoposti ad antibioticoterapia ad ampio spettro possono eliminare con le urine sostanze capaci di inibire o ritardare la crescita dei micobatteri (in particolare i chinoloni). La presenza di Mycobacterium tuberculosis nelle urine non necessariamente indica tubercolosi dell’apparato urinario. Infatti, il microrganismo può essere isolato dalle urine anche in corso di tubercolosi polmonare con estese lesioni cavitarie o di tubercolosi generalizzata (pazienti HIV-positivi). Ciò che consente di correlare l’isolamento di Mycobacterium tuberculosis con la diagnosi clinica di tubercolosi urinaria è l’associazione, sempre presente, di leucocituria ed ematuria.

    Sarebbe quindi buona prassi eseguire la ricerca di micobatteri nelle urine solo in questi casi, preferendo negli altri casi i campioni respiratori o altro materiale per le tubercolosi extra-polmonari.

  • Se il laboratorio richiama il paziente per far ripetere la raccolta a causa della contaminazione del primo campione, cosa significa?

    La crescita di tre o più differenti tipi di batteri nella stessa coltura può essere dovuta ad un fenomeno di contaminazione del campione, il quale si verifica tipicamente nel caso in cui la cute e la mucosa dell’area genitale non siano state pulite correttamente prima della raccolta del campione. Tale coltura dovrà essere scartata, in quanto è impossibile determinare se i batteri rilevati si trovavano all'interno o all'esterno delle vie urinarie. La contaminazione del campione può essere evitata lavandosi bene e raccogliendo il mitto intermedio, come indicato.

  • Perché il medico, riconosciuti i sintomi di infezione alle vie urinarie, prescrive gli antibiotici senza aver prima eseguito una coltura urinaria?

    La maggior parte dei casi di infezione delle vie urinarie inferiori sono riconducibili ad Escherichia coli (E. coli). Solitamente, nelle giovani donne, questo microrganismo è suscettibile a vari antibiotici, quali fosfomicina trimetolato, nitrofurantoina o cotrimossazolo. Nella maggior parte dei pazienti con IVU non complicata, l’infezione può essere trattata con uno di questi antibiotici; per questo motivo, è possibile che il medico li prescriva senza eseguire l’esame colturale. Tale terapia, cosiddetta empirica, non va utilizzata in gravidanza, negli uomini, nelle infezioni ricorrenti, nel sospetto di pielonefrite, nei portatori di catetere vescicale sintomatici per IVU.

  • Cosa succede se l’infezione non viene trattata?

    L'infezione non trattata, in soggetti con fattori di rischio, può diffondere dalle vie urinarie inferiori verso quelle superiori, infettando i reni e, talvolta, entrando nel flusso sanguigno causando setticemia e sepsi (una patologia grave e potenzialmente letale). Segni e sintomi di setticemia includono febbre, brividi, conta dei globuli bianchi elevata e affaticamento. In caso di sospetta setticemia possono essere prescritti vari esami, tra cui l'emocoltura (coltura di sangue), la procalcitonina, ecc ed una terapia antibiotica adeguata.

  • Quali sono i fattori di rischio per le infezioni ricorrenti alle vie urinarie?

    Esiste un’ampia gamma di fattori che predispongono alle IVU. Alcuni neonati e bambini presentano delle anomalie congenite (presenti dalla nascita) delle vie urinarie, che li predispongono ad un aumentato rischio di sviluppare IVU. Negli adulti, invece, i fattori predisponenti includono: rapporti sessuali, diabete, gravidanza, scarso controllo della vescica, calcoli renali, immunodepressione e tumori. Negli ospedali, nelle case di riposo e nelle case di cura, il catetere urinario rappresenta il maggior rischio di infezione delle vie urinarie.

Fonti

Fonti utilizzate nella revisione corrente

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Approved

Revisore: Rita Caldarelli - biologo, specialista in Patologia Clinica; Paola Pauri - medico, specialista in Igiene e Medicina Preventiva e in Microbiologia