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Test della Glutammato Deidrogenasi

Noto anche come: C. difficile, C. difficile Tossina A e B, Test della Glutammato DeidrogenasiGDH, C. Difficile (esame colturale, NAAT o test antigenico)
Ultima Revisione: 28/11/2025
Ultima Modifica: 28/11/2025


Revisore
Dr.ssa Ilaria Baccani – Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Università degli studi di Firenze;  SOD Microbiologia e Virologia, AOU-Careggi, Firenze.


Perché?

Per rilevare la presenza di un infezione del batterio Clostridioides difficile e della tossina prodotta.

Quando?

In presenza di diarrea lieve, moderata o grave persistente, associata a dolore addominale, perdita di appetito o febbre, specialmente in seguito a terapia antibiotica e di ricoveri ospedalieri prolungati.

Il campione

Un campione di feci liquide o destrutturate raccolte in un contenitore sterile, non contaminate con acqua o urina, fresche o mantenute refrigerate fino all’arrivo in laboratorio.

La preparazione

No, nessuna.

Il Clostridioides difficile (C. difficile) è un tipo di batterio associato alla comparsa di diarrea in seguito all’assunzione di antibiotici. I test per la ricerca di C. difficile e per la tossina di C. difficile rilevano rispettivamente la presenza del batterio, della tossina e/o dei geni responsabili della produzione della tossina.

Clostridioides difficile è la recente riclassificazione di Clostridium difficile.

Il batterio C. difficile è presente nella normale flora batterica intestinale del 65% dei bambini sani e nel 3% degli adulti sani. A livello ospedaliero la colonizzazione da parte di C. difficile può raggiungere il
20% a causa della sua capacità di produrre spore con cui colonizza gli ambienti ospedalieri (pavimenti,
servizi igienici). Talvolta, l’utilizzo prolungato di antibiotici ad ampio spettro per la cura di altre infezioni, determina uno sbilanciamento della flora batterica intestinale. La flora batterica normale, sensibile agli antibiotici, viene distrutta ed eliminata dal canale digerente, mentre i ceppi di C. difficile resistenti agli antibiotici rimangono e cominciano ad accrescersi o vengono acquisiti nuovi ceppi.

C. difficile produce in genere due tossine: la tossina A e la tossina B. La diminuzione della normale flora batterica intestinale e la contestuale crescita di C. difficile, determina un aumento della produzione della tossina che può danneggiare la parete della parte bassa del canale digerente (colon, intestino) e portare ad una grave infiammazione del colon e a diarrea prolungata. I tessuti morti, la fibrina e i numerosi leucociti presenti possono determinare la formazione di una parete sulla superficie dell’intestino infiammato (pseudomembrana), una patologia nota come colite pseudomembranosa.

L’infezione da C. difficile è la causa più comune di diarrea nelle persone ricoverate. La tossina viene rilevata in più del 20-30% dei campioni di feci appartenenti a persone con la diarrea associata all’uso di antibiotici e in più del 95% di coloro ai quali è stata diagnosticata la colite pseudomembranosa.

Nonostante questo microrganismo sia più frequentemente presente nella flora batterica intestinale dei bambini piccoli, questi raramente sviluppano i sintomi associati.

Il rischio di sviluppare i sintomi aumenta con l’età, nei soggetti con il sistema imunitario compromesso, in coloro che sono affetti da colite acuta o cronica, o nei pazienti con ricoveri prolungati o multipli (in
particolare in terapia intensiva, oncoematologia, geriatria e in strutture di assistenza a lungo
termine). La diarrea associata a C.difficile di solito si sviluppa nelle persone che hanno seguito una terapia antibiotica per diversi giorni e può svilupparsi anche alcune settimane dopo il termine del trattamento. L’infezione può essere endogena (a partire dalle cellule di C. difficile che colonizzano l’intestino) oppure esogena, originata da l’ingestione di spore presenti nell’ambiente.

La gravità della patologia associata alla presenza di C. difficile può variare in maniera significativa: da lieve (una semplice diarrea) a grave come colite, megacolon tossico, perforazione dell’intestino, fino a sepsi e morte. I segni e sintomi possono includere defecazione frequente, dolore e crampi addominali, nausea, febbre, disidratazione, senso di fatica e leucocitosi (elevato numero di globuli bianchi). Il trattamento di solito prevede l’interruzione dell’assunzione dell’antibiotico originale e la somministrazione di una specifica terapia antibiotica orale con antibiotici per i quali il batterio è sensibile (metronidazolo per via orale, alla posologia di 500 mg tre volte al dì per 10 giorni come prima scelta; vancomicina 125mg, quattro volte al giorno, per 10-14 giorni come seconda linea).

La maggior parte delle persone migliora non appena il tratto gastrointestinale viene ripopolato dalla normale flora batterica intestinale ma circa il 12-24% di dei pazienti può andare incontro ad un altro episodio entro due mesi.

Quali informazioni è possibile ottenere?

I test per la ricerca del batterio C. difficile, della tossina da esso prodotta e dei geni associati alla tossina, vengono utilizzati per la diagnosi di diarrea o altre manifestazioni patologiche che potrebbero essere correlate con la presenza di questo microrganismo. Le cause infettive o non infettive responsabili di diarrea acuta o cronica sono molteplici, e questo test consente di chiarirle.

Esistono numerosi test volti alla rilevazione del ceppo batterico responsabile dell’infezione e della sua tossina.

L’algoritmo diagnostico previsto dall’associazione Italiana Microbiologia Clinica (AMCLI)
prevede:

  • L’iniziale valutazione dell’idoneità del campione (feci diarroiche consegnate fresche o conservate refrigerate per non più di 48 ore dalla raccolta) appartenenti a pazienti che presentino un quadro clinico compatibile con CDI (infezione da Clostridioides difficile)
  • Successivamente viene effettuato un test di screening del campione di feci utilizzando il test per l’immunodosaggio dell’antigene di C. difficile noto con il nome di glutammato deidrogenasi (GDH) o antigene comune. Questo test rileva la presenza di un antigene prodotto in grande quantità da C. difficile, sia nel caso di ceppi producenti tossine che non producenti tossine. È un test considerato altamente sensibile ma non molto specifico per i ceppi di C. difficile producono le tossine. Questo test indica infatti la presenza del batterio ma non discrimina la sua capacità di produrre le tossine.

In caso di risultato positivo al test GDH, si valuta la presenza della tossina tramite:

  • Test immunoenzimatico (EIA) per la ricerca delle tossine A, B o A+B. Questo metodo è molto comune nei laboratori e richiede circa 1-4 ore. I test in grado di rilevare entrambe le tossine sono considerati più attendibili poiché sono stati descritti casi di C. difficile produttori di una sola delle due tossine (A e B).Nonostante sia un test rapido può non essere sufficientemente sensibile per rilevare tutte le infezioni, con una mancata rilevazione in circa il 30% dei casi.
    Questi test risentono maggiormente dello stato di conservazione del campione: in caso di conservazione a temperature diverse da 2-8 °C le tossine potrebbero degradarsi e non essere rilevate.
  • Test molecolare (nucleic acid amplification tests, NAAT). Questo è un metodo rapido e sensibile per confermare la presenza di tossine di C. difficile. Sono anche disponibili sistemi basati sull’ amplificazione isotermica mediata da loop (LAMP), che richiedono attrezzature meno costose. A causa dell’elevato costo dei test molecolari, questi esami vengono frequentemente effettuati come conferma in seguito a screening con sistemi immunoenzimatici (GDH e tossine A/B).

Nel caso i test per la ricerca delle tossine forniscano esito negativo ma permanga il sospetto clinico, può essere eseguita una coltura tossinogenica volta a confermare o escludere la CDI. Questa prevede la crescita del batterio in uno specifico terreno di coltura (Cicloserina Cefoxitina
Fruttosio Agar, CCFA agar) e quindi l’identificazione della tossina. Le feci vengono pretrattate
tramite shock in etanolo per favorire la crescita di C. difficile e rimuovere i microrganismi della flora residente.

La sua esecuzione richiede 2-3 giorni, per questo viene riservata, nei centri di riferimento, ai campioni risultati positivi alla ricerca della tossina, per finalità epidemiologiche o per saggi di sensibilità, oppure ai campioni risultati negativi alla ricerca della in caso di persistenza del sospetto clinico.

Altri test per la rilevazione delle tossine sono:

  • Pannello gastrointestinale (GI) – si tratta di un test molecolare in grado di rilevare simultaneamente molti patogeni (virus, batteri o parassiti) presenti in un campione di feci. E’ un utile sostegno alla diagnosi delle infezioni del canale digerente. Tuttavia, poiché esistono molti patogeni responsabili delle infezioni gastrointestinali, tra i quali C. difficile, per la formulazione della diagnosi il pannello GI deve essere utilizzato in associazione ad altri esami, come la coprocoltura o la ricerca di uova e parassiti.
  • Test di citotossicità cellulare – Questo test analizza gli effetti citotossici delle tossine eventualmente presenti su una coltura di cellule umane. Questo metodo è considerato ancora come gold standard per la ricerca di C. difficile tossinogenico sebbene presenti una sensibilità <90% e richieda tempi lunghi per la refertazione e personale specializzato. Tale metodica è infatti eseguita solo in laboratori specializzati..
Quando viene prescritto?

I test per C. difficile possono essere richiesti nel caso in cui un paziente ricoverato da più di tre giorni manifesti frequenti episodi di diarrea, dolore addominale, febbre e/o nausea durante o dopo un trattamento antibiotico o dopo un intervento gastrointestinale. Il test può essere richiesto anche per persone non presenti in ospedale che abbiano sviluppato gli stessi sintomi entro 6-8 settimane dall’assunzione di terapia antibiotica, alcuni giorni dopo la chemioterapia o nel caso in cui il clinico sospetti che un paziente affetto da un disordine gastrointestinale cronico stia peggiorando la propria sintomatologia a causa di un’infezione da C. difficile. Infine, i test per C. difficile possono essere richiesti come supporto alla diagnosi della causa di una diarrea per la quale siano già stati esclusi altri agenti eziologici comuni.

Nel caso in cui un paziente trattato abbia una ricaduta dei sintomi di diarrea o colite associata al trattamento antibiotico, i test per C. difficile possono essere utilizzati per confermare di nuovo la presenza della tossina.

Nei pazienti asintomatici il test non dovrebbe essere richiesto, neanche per il monitoraggio del trattamento: l’efficacia del trattamento può essere rilevata grazie alla diminuzione e quindi assenza dei sintomi correlati. Non è raccomandato ripetere un test per C. difficile dopo un risultato positivo, poiché la ripetizione del test non fornisce alcuna ulteriore utile informazione clinica. I test molecolari possono fornire risultati positivi anche dopo alcune settimane dalla guarigione completa.

Cosa significa il risultato del test?

Se i test per la ricerca di C. difficile e della tossina di C. difficile sono positivi, allora è verosimile che la diarrea e i sintomi correlati siano dovuti alla presenza del batterio producente la tossina.
Pertanto, la sintomatologia è verosimilmente da ricercare in un altro patogeno.

Un risultato positivo per la presenza di C. difficile o per l’antigene di C. difficile (GDH) ma negativo per la tossina, significa che il batterio è presente ma che non è in grado di produrre o non produce livelli rilevabili della tossina.

Un risultato negativo sia per la ricerca del batterio che della tossina, indica che la diarrea e gli altri sintomi correlati sono dovuti ad un’altra. Poiché la tossina si degrada se mantenuta a temperatura ambiente per qualche ora, un risultato negativo potrebbe anche indicare un trasporto, stoccaggio e processamento non adeguato del campione. Qualora sia presente una franca sintomatologia e si sospetti una mancata appropriatezza nella raccolta e nella processazione del campione è consigliabile ripetere l’esame su un secondo campione di feci.

C’è altro da sapere?

Nel caso in cui sia diagnosticata un’infezione da C. difficile producente la tossina, il trattamento consiste nell’interruzione dell’assunzione dell’antibiotico e nella prescrizione di un appropriato trattamento antibiotico orale, come con metronidazolo o vancomicina, in grado di eliminare C. difficile.

In caso di C. difficile resistente alla terapia antibiotica, in Italia è approvato l’utilizzo del
trapianto di microbiota fecale (FMT). La procedura prevede il prelievo del microbiota fecale a
partire dalle feci di un individuo sano e il successivo trasferimento nell’intestino di un paziente
malato. La somministrazione avviene, prevalentemente, per via endoscopica ed è
comunemente associata a reazioni indesiderate temporanee e di lieve entità quali  diarrea ,
gonfiore addominale, flatulenza e nausea. Attualmente viene svolto soltanto in alcuni centri
specializzati ed è approvato unicamente in caso di recidive, non come trattamento di prima
linea.

Per la diagnosi di colite causata da C. difficile è possibile effettuare un’endoscopia. Lo specialista (un gastroenterologo) può così esaminare il colon e, tramite una biopsia, valutare la presenza delle caratteristiche lesioni pseudomembranose.

Domande Frequenti

Cos’altro può provocare diarrea?

La diarrea può essere dovuta ad un’infezione operata da batteri patogeni (di solito SalmonellaShigellaCampylobacter Escherichia coli), virus (tra i più comuni:
Adenovirus, Rotavirus, Norovirus, Astrovirus, Enterovirus), parassiti oppure da intolleranza alimentare, da farmaci, da disordini intestinali cronici come la sindrome del colon irritabile, da sindromi da malassorbimento (come la celiachia). La diarrea può anche essere causata o esacerbata da stress psichici.

Perché il campione di feci deve essere fresco?

Per la ricerca della tossina di C. difficile, il campione deve essere fresco perché la tossina si degrada in poche ore e questo può produrre un risultato falsamente negativo.

Perché non devono essere assunti farmaci contro la diarrea (sintomatici) in caso di diarrea causata da C. difficile?

I farmaci antiperistaltici possono rallentare il passaggio delle feci attraverso il tratto gastrointestinale, aumentando il tempo in cui il colon è esposto alla tossina e quindi il danno tissutale e l’infiammazione. Pertanto, sono sconsigliati ad eccezioni di condizioni di frequenze
estreme di scariche diarroiche.

Una volta avuta un’infezione da C. difficile, è possibile averla nuovamente?

Le recidive sono frequenti, soprattutto in pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali, e in genere compaiono entro 4-8 settimane dal termine della terapia antibiotica. Una positività al test di laboratorio a meno di 14 giorni dall’ultimo test positivo non è considerato un caso di nuova infezione.

Un paziente che ha avuto un episodio infettivo dovuto a da C. difficile presenta anche un rischio maggiore di svilupparla nuovamente nel corso di futuri trattamenti con antibiotici.

Esistono antibiotici che hanno più probabilità di provocare diarrea?

Praticamente qualsiasi antibiotico può provocare la diarrea, dal momento che il farmaco altera la normale popolazione dei batteri “buoni” nell’intestino. Per alcune classi di antibiotici ad ampio
spettro però il rischio sembra essere più elevato: cefalosporine di III e IV generazione,
fluorochinoloni, carbapenemi e clindamicina. Gli antibiotici ad ampio spettro, che distruggono molte specie batteriche diverse, hanno più probabilità di ridurre il
numero e la variabilità di specie batteriche presenti nella flora batterica intestinale e di permettere quindi al C. difficile di prendere il sopravvento e di produrre la tossina.

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