Noto anche come
Degenerazione epatolenticolare
Malattia da accumulo di rame
Tossicità ereditaria da rame
Degenerazione lenticolare o putaminale familiare
Ultima Revisione:
Ultima Modifica: 28.08.2018.

Cos'è la malattia di Wilson?

La malattia di Wilson è un disordine di tipo ereditario caratterizzato dall'alterazione del metabolismo del rame che, trovandosi in eccesso nell'organismo, si accumula soprattutto nel fegato e nell'encefalo. Il rame è un metallo essenziale che viene assunto tramite la dieta. Viene incorporato in molti enzimi responsabili del metabolismo del ferro, della formazione del tessuto connettivo, della produzione di energia a livello cellulare, della produzione di melanina e del funzionamento del sistema nervoso centrale.

Il rame, assorbito a livello intestinale, viene legato da una proteina trasportatrice, che lo veicola al fegato. Qui si accumula in parte, e il resto viene legato ad una proteina chiamata apoceruloplasmina, a produrre l'enzima ceruloplasmina. Normalmente il 95% del rame è complessato alla ceruloplasmina nel sangue, mentre il resto è legato all'albumina. Solo una piccola quantità di rame si trova in circolo come forma libera (non legata). L'eccesso di rame viene normalmente escreto nella bile ed eliminato tramite le feci. In parte il rame viene anche eliminato dai reni attraverso le urine.

La malattia di Wilson è una patologia genetica, autosomica recessiva. Questo significa che per sviluppare la malattia entrambe le copie di geni (uno ereditato per via materna e uno per via paterna) devono essere mutate. Le persone con una sola copia del gene mutata (quello di origine materna o quello di origine paterna), vengono dette portatori. I portatori possono trasmettere la mutazione alla prole ma non sviluppano la malattia. 

Il gene la cui mutazione è responsabile della malattia, è chiamato ATP7B. Il peptide da esso codificato (ossia prodotto a partire da quel gene) è necessario sia per il legame del rame alla ceruloplasmina, sia per l'escrezione dello stesso nella bile. L'alterazione di entrambe le copie del gene (omozigosi), determina un decremento di ceruloplasmina nel sangue e un accumulo di rame nel fegato. Qui il rame accumulato diventa tossico, comportando un forte danno alle cellule ed ai tessuti, fino riversarsi nel circolo sanguigno. Il rame non coniugato (libero) presente nel sangue, si accumula in altri organi, come il cervello e il rene. Inoltre, l'aumento di rame libero nel sangue può portare a danno ossidativo delle cellule. I pazienti affetti da questa patologia presentano segni e sintomi associati a disfunzionalità del fegato, danni neurologici o entrambe le cose. La gravità della malattia dipende da quale tipologia di mutazione è presente sui geni e varia da persona a persona.

In Italia la malattia viene considerata rara (rientra nel Decreto Ministeriale n° 279 del 2001) con 1 caso su 30.000 (fatta eccezione per la Sardegna dove l'incidenza aumenta a 1 caso di 8.000-9.000 persone).

Al momento sono note 40 varianti del gene ATP7B, e più di 300 mutazioni dello stesso sono associate a patologia; solo poche tra queste però sono comuni, con una prevalenza che varia in base all'etnia. I pazienti affetti dalla malattia di Wilson possono presentare la stessa mutazione o mutazioni differenti sulle due copie del gene.

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Approfondimenti
  • Segni e Sintomi

    Solitamente i sintomi di questa patologia sono ad esordio precoce con manifestazioni già in età infantile; in caso di coinvolgimento neurologico, i sintomi neurologici e psichici compaiono nei primi 10 o 20 anni di vita, anche se in generale i sintomi si possono manifestare dall'età di 3 anni all'età di 50.

    Il deposito di rame nel fegato può causare epatiti acute, croniche e cirrosi, provocando sintomi come:

    • Itterizia
    • Affaticamento
    • Dolori addominali
    • Nausea
    • Ascite (accumulo di fluidi nell'addome)
       

    Il deposito di rame nell'encefalo provoca:

    • Distonia (contrazione muscolare persistente che può causare spasmi agli arti e movimenti ripetitivi)
    • Irrigidimento dei muscoli facciali
    • Tremore
    • Movimenti anomali degli occhi
    • Movimenti alterati
    • Difficoltà nel camminare, parlare e deglutire
       

    Questi pazienti possono essere soggetti anche a sbalzi d'umore, depressione, paranoia, impulsività, ossessione, ridotta capacità di mantenere la concentrazione, aggressività.

    Circa il 50% dei pazienti con interessamento al fegato e il 90% con interessamento neurologico, presentano gli anelli di Kaiser-Fleischer, depositi di rame attorno alle cornee visibili grazie al test della lampada a fessura.

    Alcuni pazienti presentano anemia, tendenza alla formazione di ematomi, dolore articolare, disfunzione renale.

    Qualora non venga trattata, la malattia tende a peggiorare progressivamente fino ad un esito fatale. Con una diagnosi precoce e il trattamento adeguato, i pazienti possono condurre una vita relativamente normale. I danni a fegato ed encefalo possono regredire parzialmente, anche se spesso sono permanenti.

  • Esami

    I test di laboratorio sono utili per diagnosticare la patologia, valutarne l'entità, discriminare i pazienti affetti dai portatori, escludere altre possibili cause di disfunzioni neurologiche ed epatiche e monitorare l'eventuale terapia. A volte il test viene eseguito su pazienti asintomatici con familiarità per la malattia e per lo screening prenatale.

    Test di laboratorio
    Test biochimici

    Di seguito sono elencati i test utilizzati per la malattia di Wilson. E' raccomandata la ripetizione dei risultati anomali. I risultati dei test ottenuti da soggetti portatori potrebbero essere sovrapponibili a quelli di persone affette dalla malattia ma ancora asintomatiche. Inoltre, anche altre malattie potrebbero essere responsabili dell'accumulo di rame. Le forme acute di malattia di Wilson potrebbero essere difficilmente distinguibili da altre forme di epatite. I test possono includere:

    • Ceruloplasmina – richiesta di solito per la diagnosi; normalmente diminuisce nei pazienti affetti, anche se nel 5% dei casi con coinvolgimento neurologico e nel 40% dei casi con sintomi epatici, la proteina mantiene una concentrazione normale.
    • Rame totale nel siero – aiuta nel formulare la diagnosi; gli affetti presentano di solito una concentrazione diminuita rispetto ai valori di riferimento
    • Rame libero nel siero (non legato alla ceruloplasmina) – utile nella diagnosi e nel monitoraggio della patologia; si presenta elevato nei soggetti affetti
    • Rame nelle urine raccolte in 24 ore – aiuta nella diagnosi e nel monitoraggio della patologia; si presenta con valori alti nei soggetti affetti
    • Rame epatico - vengono valutati i depositi di rame su un campione di biopsia epatica, aiuta nella diagnosi e nel monitoraggio anche se l'accumulo del metallo potrebbe non essere distribuito in maniera omogenea nel fegato
       
    Test genetici

    I test genetici vengono effettuati in laboratori specializzati o di ricerca. Vengono usati per la diagnosi, per identificare le mutazioni responsabili della patologia e per identificare i portatori.

    Sulla base della mutazione presente, è possibile avere un'idea della gravità della patologia, anche se non possono essere predette le complicanze o le implicazioni d'organo. Il decorso clinico e la gravità della patologia sono strettamente connessi all'individuo, infatti pazienti appartenenti alla stessa famiglia, che presentano la stessa mutazione, possono mostrare gravità e segni clinici differenti.

    • Gene ATP7B
      • Viene sequenziato il gene ATP7B alla ricerca delle mutazioni; è il test più informativo
      • Quando viene identificata su un paziente la mutazione, i familiari possono essere testati per quella specifica mutazione
      • Possono essere ricercati diversi pannelli di mutazioni sulla base dell'appartenenza etnica della persona esaminata
    • Analisi di linkage - richiede il sangue dei genitori, dei fratelli, delle sorelle e dei membri della famiglia affetti. Viene effettuata per comparare le informazioni derivanti dai test molecolari effettuati sulla famiglia a proposito del gene responsabile.
       

    Altri test utilizzati per valutare la funzionalità d'organo e lo stato delle cellule ematiche, sono:

    Test clinici
    • Esame dell'occhio, ricerca dell'anello di Kayser- Fleischer attorno alla cornea
    • Visita clinica con presa visione della storia clinica del paziente e della famiglia (anamnesi)
    • Risonanza magnetica
    • Tomografia computerizzata (TAC)
  • Trattamento

    Non c'è una vera e propria cura per la malattia di Wilson, ma i pazienti che vengono trattati solitamente ne traggono beneficio. I sintomi, le complicanze e anche la risposta alla terapia, dipendono strettamente dall'individuo; membri della stessa famiglia con la stessa mutazione, possono rispondere in maniera diversa alla stessa terapia.

    In pazienti sintomatici lo scopo del trattamento è di diminuire l'eccesso di rame nel sangue, prevenire la ricaduta, preservare la funzionalità neurologica, epatica e renale, limitare le complicanze associate sia con la patologia che con i farmaci usati per trattarla.

    Anche i pazienti asintomatici (coloro ai quali la malattia è stata diagnosticata ma che ancora non hanno manifestato i sintomi) vengono trattati per diminuire l'accumulo di rame e prevenire le complicanze. I portatori ricevono consulenza genetica ma non necessitano di nessun trattamento.

    Le persone affette seguono una dieta povera di rame e assumono uno o due agenti chelanti, D- penicillamina o Trientina, per aumentare l'escrezione urinaria e diminuire l'accumulo del metallo. Le persone in terapia con gli agenti chelanti devono essere costantemente monitorate per gli effetti collaterali dei farmaci, tra cui la diminuzione delle cellule ematiche, dei globuli rossi e piastrine, la nausea, la febbre e i problemi cutanei. Alcune persone assumono questi farmaci per lungo tempo; altre passano allo zinco non appena i livelli di rame tornano normali. Alte dosi di zinco inibiscono l'assorbimento di rame.

    Le restrizioni della dieta e i trattamenti devono essere continuati per tutta la vita del paziente; i trattamenti possono cambiare, ma non devono essere interrotti, per preservare gli organi e la vita stessa della persona affetta. Se non trattata, la malattia di Wilson può essere letale e il danno d'organo permanente. In alcuni casi, si rende necessario un trapianto di fegato.

    Possono essere prescritti degli antiossidanti, come la vitamina E, per preservare il fegato e altri organi dal danno tissutale.

Fonti
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